Programma generale Rimini

REALTÀ VIRTUALE

Tour virtuali in VR

Sei pronto a vivere un’esperienza inimmaginabile con i tuoi amici? Indossa il visore VR e prendi in mano il controller… Stai per essere trasportato nel mondo virtuale a tema Japan. Una volta dentro, il tuo corpo è libero di muoversi ed esplorare le magiche e iconiche ambientazioni giapponesi… I tuoi sensi saranno proiettati nel paese del Sol Levante… Ti aspettiamo!!

AREA ARCADE

Il mondo del Retrogaming

Un salto nel passato, il fascino dei videogiochi con cui sono cresciuti i nostri genitori.. Al Japan Expo avrai la possibilità di cimentarti negli immensi videogiochi iconici che hanno esaltato generazioni di giovani.

Gioca e divertiti con il semplice tocco di un pulsante, concentrati sul divertimento senza dover imparare complicate meccaniche di gioco.

GAMING ARENA

I videogiochi di oggi

Decine di postazioni Playstation ti aspettano al Japan Expo, l’area gaming vi permetterà di vivere un’esperienza hands-on dei titoli più attesi, mettendo alla prova le vostre abilità.
La Gaming Arena è il luogo ideale per giocare da solo o in compagnia dei tuoi amici.

GIOCHI DI RUOLO

Giochi da tavolo, miniature e tanto altro

Ti aspettiamo per due weekend a base di giochi da tavolo, miniature, carte collezionabili e tanto altro ancora. Un’area tematica ricca di attività ed anteprime. Oltre i classici ed intramontabili giochi di ruolo troverete un’emozionante lista di novità.

MINI 4WD

Le macchine giocattolo

Vieni a provare le avvincenti corse delle mini 4wd. Le competizioni avvengono su circuiti dedicati dotati di pareti laterali che fungono da guida al modello. Con salti e paraboliche e altre variabili per rendere la corsa ancora più avvincente. Troverete la pista e accessori nell’area dedicata. Vi aspettiamo!!

COSPLAY

Costumi e travestimenti dei personaggi

Il Giappone, creatore instancabile di meravigliosi personaggi fittizi tramite manga, anime e videogiochi, non può che essere il principale portabandiera del cosplay nel mondo. I cosplayer sono coloro che si travestono da personaggi dei manga, degli anime e dei videogiochi. Negli ultimi dieci anni questa peculiare moda di “vestirsi da cartone animato” è cresciuta a dismisura, diventando una vera e propria subcultura in molti paesi del mondo. Vi sono infatti migliaia e migliaia di persone di ogni età e provenienza che ogni giorno si incuriosiscono a questo fenomeno e ne rimangono catturati.

ROBOT GIGANTI

Riproduzioni in scala dei robot giapponesi

Scopri e rivivi i fantastici Go Nagai Robot, Mazinga e Goldrake in formato gigante.
I formidabili eroi meccanici creati per salvare il mondo, protagonisti di indimenticabili serie televisive, ritornano a Expo Japan in una mostra dedicata.

AREA GUNDAM

I robot da combattimento

Un’area dedicata agli appassionati dell’invincibile Gundam, un punto d’incontro per collezionisti, cosplayer, o semplici amanti della serie animata che ha cresciuto tre generazioni nel mondo, e tutti coloro che vogliono condividere idee, gusti e passioni.

J-POP

La musica pop giapponese

La musica j-pop parte vitale e integrante della cultura popolare giapponese contemporanea. Le serie televisive, gli spot commerciali, gli anime (che cambiano la propria sigla di apertura e di chiusura più volte), i videogiochi e molte altre forme di intrattenimento televisivo (e non solo) sono lo strumento principale di diffusione della musica, riuscendo così a creare un mercato secondo, nel mondo, solo a quello statunitense.
Al Japan Expo un palco dedicato a esibizioni e contest avvincenti.

CATCH DI SCENA

Il wrestling giapponese

Un format del passato diventato un cult!! I famigerati incontri di lotta
sul ring Nipponico, il predecessore del wrestling, in cui si sono
cimentati personaggi diventati leggendari. Alcuni nomi che senza dubbio
ricorderete: in primis Tiger Mask, Antonio Inoki, Andre the Giant, Hulk
Hogan, Kengo Kimura, Tatsumi Fujinami…

Vi aspettiamo al ring !!!

TAMBURI TAIKO

I tamburi giapponesi per eccellenza

Il ”Taiko” è la percussione tradizionale della cultura Giapponese. Le antiche origini del taiko non sono chiare e rimangono avvolte in varie ipotizzazioni. Una scultura Haniwa (antica argilla giapponese) raffigurante un percussionista con un tamburo risalente ai secoli 600-700 d.c. dimostra la sua effettiva esistenza sin da quel periodo. La somiglianza con il tamburo Cinese e quello Coreano è all’apparenza molto alta, e non si può escludere una forte influenza da parte di queste due culture a loro volta influenzate enormemente da tutta l’India soprattutto attraverso il Buddismo.

SHODO

Impara a scrivere in giapponese

La calligrafia giapponese è una delle arti tradizionali più conosciute e ammirate del Sol Levante, ma risulta ancora complesso in Occidente riuscire a coglierne l’immenso valore culturale. Il nome di questa pratica, shodō, si traduce letteralmente in “via della scrittura” ed è un’arte estremamente antica e sentita, tanto da essere praticata ancora oggi a scuola e all’università. I valori che definiscono la calligrafia sono semplicità, bellezza e connessione profonda tra la propria mente e quanto si va a delineare sulla carta. Come molti altri elementi oggi topici del Giappone anche lo shodō ha origine cinese, e la scrittura è giunta nel paese del Sol Levante nel VI secolo dopo Cristo grazie a esperti calligrafi che copiavano dagli originali cinesi testi e poesie per assimilarne la complicata arte. Fu in epoca Heian (794-1185) che l’invenzione di un alfabeto tutto giapponese (hiragana) segnò un punto di svolta e diede origine ad un nuovo stile di scrittura tutto nipponico. La pratica della calligrafia si è legata sempre più inscindibilmente al buddhismo zen, dai cui valori trae una fonte preziosa di ispirazione e fondamento. Come il pennello che scrive non deve mai staccarsi dal foglio, il calligrafo deve tenere unite la propria mente e la propria anima per evitare di scrivere caratteri vuoti. L’opera, affinchè sia pregna di significato, deve proporsi come ricca di emozioni, personalità e sentimento, ed è anche per questo che si ritiene lo shodō una parte del cammino verso l’illuminazione: molti giapponesi ancora oggi si servono della pratica della calligrafia per ritagliarsi momenti di totale concentrazione e rilassamento, meditando attraverso la scrittura. Il principio di questa usanza affonda le radici nello studio originale della calligrafia stessa, praticata dai monaci zen con il medesimo obiettivo. Per una buona scrittura occorrono la pratica costante e una particolare condizione mentale priva di pensieri, detta “mushin”: solo concentrandosi sulle parole da scrivere, infatti, sarà possibile crescere e nobilitarsi in questa arte. Avvicinati anche tu al mondo dello shodō e muovi i tuoi primi passi nella via della scrittura grazie alle attività del Festival dell’Oriente, operate dalla rinomata scuola Kanyukai, qui rappresentata da Shohei Tsuruno, e dalla Maestra Ayumi Togo. Presso il loro spazio potrai prendere parte a laboratori di calligrafia e lingua giapponese, prove di scrittura e portare con te a casa una selezione di strumenti professionali per coltivare una nuova passione.

CERIMONIA DEL TÈ

L’arte degli infusi

Tra le usanze più rappresentative e iconiche della cultura e della storia giapponese non si può che pensare alla secolare arte della Cerimonia del Tè. La pratica del Chanoyu fa perno sui quattro principi del “Wa, Kei, Sei, Jaku”, indicanti l’armonia, il rispetto, la purezza e la tranquillità: sotto la guida di grandi maestri e maestre, anche il bere una tazza di tè si trasforma infatti in un rituale complesso e articolato che trasuda bellezza e ristora l’anima. L’usanza pare nata nei primi secoli dopo Cristo nell’antica Cina, dove i monaci accompagnavano alla meditazione davanti alle statue sacre l’atto di sorseggiare del tè per stare svegli grazie alle sostanze eccitanti della bevanda. Una leggenda attribuisce al leggendario fondatore di questa filosofia, Bodhidharma stesso, la “generazione” della pianta del tè: questi, addormentatosi incautamente durante la meditazione, al momento del risveglio si strappò le palpebre per impedire nuovamente l’assopimento e le gettò via. Da queste nacquero le prime piante del tè. In Giappone il tè giunse intorno all’XI secolo grazie al Monaco Eisai, che lo portò con sè dalla Cina. Nei secoli successivi, quando sanguinosi conflitti presero a flagellare il Giappone, la cerimonia del tè divenne un modo per riflettere e ricavare uno spazio intimo per l’anima dove stare al sicuro da paure e immagini mortifere. Si svilupparono diverse scuole di Chanoyu, fino ad arrivare alla codifica più significativa ad opera del Monaco e maestro Sen no Rikyū (1522-1591). Tra i suoi numerosi e diligenti discepoli figura anche un’antenato della nostra Maestra del Tè Kaoru Kobayashi, erede di una tradizione familiare di Chanoyu di oltre cinque secoli.

SUIBOKU-GA

Le tecniche di pittura tradizionale

Il suibokuga è uno stile di pittura monocromatica caratterizzato dall’uso di due soli elementi, l’inchiostro nero (sumi) e l’acqua. Benchè ingannevolmente semplice, l’arte suibokuga si serve di questi due materiali apparentemente banali per creare un mondo complesso di luce, forme e persino texture. Il pennello impiegato per il suibokuga è spesso realizzato in bambù e vari tipi di peli di animali, tra cui lupo, coniglio e pecora. Un pennello di alta qualità può essere realizzato in pelo di donnola, forte e leggero, mentre il manico è tipicamente in legno di pino mescolato a colla di base animale. In Giappone si usano tipi di carta come il washi e l’hanshi, mentre l’acqua viene utilizzata per schiarire l’inchiostro e creare diverse sfumature, dette “noutan” in giapponese. Modulando l’intensità del pennello, l’artista crea texture, graffi, forme e sfocature. I primissimi dipinti a inchiostro introdotti in Giappone riprendevano gli stili tradizionali cinesi, con poesie e dipinti. Tuttavia, nel corso del tempo, gli artisti giapponesi hanno creato le proprie scuole distintive, portando allo sviluppo del suibokuga che abbiamo oggi. Il più famoso di questi artisti fu probabilmente Sesshu Toyo. Sacerdote buddista zen, Toyo studiò i dipinti delle dinastie Song e Yuan in Cina prima di portare il suibokuga in Giappone. Si dice che Toyo sia il pittore che ha superato la pittura cinese e ha creato un nuovo stile di pittura giapponese: le sue composizioni solide e l’eccellente senso del colore e della luce sono considerate l’apice della pittura a inchiostro in Giappone. Le sue opere hanno esercitato una forte influenza sulle future generazioni di pittori e sono il motivo principale della fioritura del suibokuga nel periodo Muromachi (1336 – 1573). Esplora e conosci il meraviglioso mondo della pittura a inchiostro giapponese al Festival dell’Oriente con la pittrice Yoshiko Kubota.

GIOCOLERIA ACROBATICA

L’arte dell’equilibrio insito in ogni cosa

La performance di Senmaru appartiene ad un genere tradizionale giapponese, chiamato “Edo-Daikagura“. Questo tipo di giocoleria si ispira ad un’antica e sacra tradizione propiziatoria: per scacciare gli spiriti maligni e ingraziarsi gli dei nei sacri templi, gli uomini si destreggiavano in complesse manipolazioni di oggetti, come il ventaglio e l’ombrello. Quest’antica tradizione giocularia, un tempo investita di profonda sacralità, è oggi una popolarissima, ma ancora molto complessa, forma di intrattenimento.

CANTO LIRICO

La lirica e l’opera giapponese

Ampio spazio all’interno del Japan Expo alla musica lirica tradizionale Giapponese che allieterà i visitatori, trasportandoli in una dimensione incantata.

SUMI-E

Quando arte e pittura si incontrano

Il termine giapponese “sumi” significa inchiostro nero, “e” invece significa pittura ed indica una delle forme d’arte in cui i soggetti sono dipinti con l’inchiostro nero in gradazioni variabili dal nero puro a tutte le sfumature che si possono ottenere diluendolo con l’acqua. Questo però non vuol dire che ogni cosa dipinta così possa meritare il nome di “sumi-e”.

MEDITAZIONE ZEN

Rilassare il corpo e la mente

Una tecnica di meditazione orientale che ha come obiettivo principale il rilassamento totale del corpo e della mente per la riscoperta della vera natura dell’uomo. La meditazione zen nasce in Giappone nel XIII secolo grazie all’opera del maestro Dogen. Qui l’intero concetto dello Zen viene rielaborato e influisce in maniera significativa sulla cultura giapponese: si può pensare alla cultura samurai, al codice comportamentale da tenere in società, alle costruzioni, ai riti e alle usanze.

SAMURAI

Kenjutsu, Kendo e Kembu

Il kenjutsu è un’arte marziale giapponese costituita dall’insieme delle tecniche di katana utilizzate durante i combattimenti corpo a corpo. Il kendo è l’arte marziale che deriva dall’evoluzione delle tecniche di combattimento con la katana anticamente utilizzate dai samurai nel kenjutsu. Il kembu infine è l’arte della danza e del canto impugnango una katana.

KOMA

Trottole artigianali in legno

Pochi oggetti di artigianato riescono a sintetizzare la sensibilità nipponica come le trottole, dette Koma. Benché l’origine di questi oggetti non sia giapponese, le trottole sono arrivate nel Paese del Sol Levante oltre mille anni fa, all’alba dell’epoca Heian. Da principio erano considerate un divertimento per l’aristocrazia, ma con i secoli conobbero una diffusione massiccia. Verso la fine del Seicento, in epoca Edo, le koma erano protagoniste di forme di intrattenimento spettacolare, condotto da maestri esperti ed estremamente popolare. Anche i combattimenti tra trottole, detti in giapponese “kenkakoma”, cominciarono a riscuotere un gran successo, animando persino scommesse dispendiose. Al giorno d’oggi sono stati catalogati in Giappone oltre mille tipi di trottole, che aprono un vastissimo ventaglio di misure e caratteristiche: le più piccole partono dai 0,5 mm, arrivando fino ai 90 cm delle più grandi; i meccanismi più semplici sono quelli delle classiche trottole rotanti, mentre le più elaborate richiedono particolare maestria anche per essere utilizzate: alcune sono dette “dispettose”, e il loro aspetto astruso ne rende l’utilizzo estremamente complesso. Ciò che rende le koma perfette è la giusta sintesi tra bellezza allo sguardo e precisione del movimento, ottenuta tramite una impeccabile lavorazione del centro. I materiali più classici con cui le koma vengono realizzate sono legni ben asciutti quali l’aceto o il corniolo, che tuttavia senza una perfetta conoscenza della loro fisica risultano impossibili da lavorare in una buona trottola. Come altre antiche arti nipponiche, anche la realizzazione delle koma sta conoscendo una progressiva scomparsa: assicurati di non perderla al Festival dell’Oriente, dove il maestro Seiichi Ito e la maestra Ayako Watanabe ti incanteranno con le loro incredibili creazioni.

MOCHI-TSUKI

La preparazione dei mochi

Se nella cultura giapponese il riso è considerato il più nobile degli alimenti, e soprattutto un dono divino all’umanitá, non c’è da stupirsi che le sue preparazioni siano all’insegna del rituale e della sacralità. Tra le varietà di riso più apprezzate in Giappone spicca certamente il riso glutinoso, dove l’aggettivo che lo descrive non indica la presenza di glutine ma la consistenza (è subentrato l’inglese glutinous, ossia colloso/appiccicoso). Dal riso glutinoso si ricava il celebre Mochi, tramite una particolarissima lavorazione detta Mochitsuki: si tratta di una vera e propria cerimonia, condita da estro e una certa dose di spettacolarità.
Durante il mochitsuki non è concessa la minima distrazione, e il tempismo è tutto. Le attrezzature impiegate sono già di per sé degne di nota: grandi mortai scavati nei tronchi degli alberi, mazze di legno più lunghe del braccio di un uomo adulto e vaporiere per cuocere il riso dotate di più livelli. In genere si alternano due persone, dove una pesta i colpi con il martello, l’altra gira l’impasto più e più volte. Entrambe cantano o scandiscono il ritmo per dettare i tempi dei movimenti. Un terzo partecipante si accovaccia nelle vicinanze e, tra un colpo e l’altro, bagna il riso fumante con piccole quantità di acqua con precisione impeccabile. Per concludere la procedura, al riso viene data una forma arrotondata e il dolcetto viene ricoperto da farina di soia leggermente zuccherata e tostata, nota come kinako. Il Mochi realizzato in questa modalità è tipico delle feste, dei riti sacri e del periodo del capodanno. Scopri la cerimonia del Mochitsuki al Festival dell’oriente!

KIMONO

Vestizione abiti tradizionali

Da sempre e in quasi tutte le culture del mondo, il matrimonio è spesso considerato il giorno più felice della propria vita: ma come si vive quella magia in Giappone? La vestizione matrimoniale nipponica è sontuosa, colorata e ricca di gioia in ogni piccolo dettaglio. Oltre ai tessuti preziosi che contraddistinguono gli abiti e agli intarsi ricamati di finissima fattura, corredano l’abito spilloni a tema floreale e copricapi che richiamano il motivo della luna piena: alla sposa che vuole rimanere fedele alle tradizioni spettano tantissimi dettagli da seguire, ma il risultato finale è magnifico! Nell’arco della giornata delle nozze, la sposa può affrontare fino a tre cambi d’abito: inizialmente è protagonista della cerimonia un capo d’abbigliamento bianco in seta, che simboleggia il nuovo inizio della vita coniugale, ammantato da un kimono bianco tipicamente in broccato. Non mancano accessori vari e la speciale parrucca decorata con perni, forcine d’argento e stemmi della tradizione. Alle volte, si sostituisce la parrucca con un particolare cappellino che copre le cosiddette “corna di demone” simbolo della gelosia della sposa: il gesto di celarle indica il proposito di una vita nuziale serena e fedele. La cerimonia shintoista ha sede in un santuario e possono assistervi solo i parenti stretti degli sposi. Al ricevimento degli ospiti la sposa cambia il kimono tradizionale delle nozze con un altro di colori rosso e bianco, ricamato d’oro e argento. La scelta dei colori anche in questo caso non è casuale, in quanto il colore rosso manda via gli spiriti maligni e simboleggia la felicità coniugale. Motivi spesso presenti nei ricami di questo abito sono gru, tartarughe e fiori di prugno, simboleggianti rispettivamente fedeltà, longevità e perseveranza. Chiude la giornata della sposa il terzo cambio d’abito, quando si indossa per l’ultima volta nella vita il vivace kimono indossato dalle ragazze nubili. Grazie alla maestra Mimi, che ha portato direttamente dal Giappone una splendida selezione di kimono da sposa, la magia di una vestizione nuziale nipponica potrà avverarsi al Festival dell’Oriente: qui ti aspetta una prova unica con corredato un set di foto ricordo negli angoli più suggestivi del Villaggio Giapponese.

ORIGAMI

Creazioni di carta ricamata

L’arte di piegare la carta in figure più o meno elaborare è una delle discipline che ha portato il Giappone ad essere conosciuto in tutto il mondo. La storia degli origami, tuttavia, risulta tanto antica quanto complessa e si fonde inscindibilmente con la sfera sacra del paese del Sol Levante: in giapponese, infatti, basta pensare che “carta” e “divinità” si pronunciano entrambe “Kami”. La carta sarebbe arrivata in Giappone intorno al VII secolo grazie ad un monaco buddhista, che diffuse la tecnica per la sua fabbricazione. In quanto, però, era un materiale estremamente costoso e raro, il suo utilizzo rimase a lungo confinato all’ambito religioso. Al periodo Heian (794-1185 d.C.) risale per la prima volta la realizzazione di un foglio di carta pieghettato, con il quale si coprivano le bottiglie di sakè offerte durante le cerimonie religiose. In linea di massima, comunque, la figura più significativa per la storia degli origami risale al periodo Kamakura (1185-1333 d.C.) ed è il noshi, una striscia di carne di mollusco marino seccata al sole. Probabilmente anche in questo caso si trattava di un’offerta beneaugurale, con il tempo stilizzata in una piegatura della carta. Le tecniche per piegare le varie figure vennero tramandate oralmente di generazione in generazione fino all’inizio del XVIII secolo, quando pare siano apparsi i primi libri con istruzioni di piegatura. Gru, stelle, rane e bambole si affermarono come i soggetti più popolari. Da circa 300 anni l’origami si è sviluppato anche in creatività, con lo sviluppo di forme più complesse e raffinate, affermando oggi l’origami non solo come oggetto sacro ma anche artistico. Scopri di più su questa antica arte con i workshop, le esposizioni e le dimostrazioni al Festival dell’Oriente, guidate dai maestri Makoto Kobayashi e Kiyoko Miyagoshi.

TEMARI

Palline di stoffa ricamata

C’è chi forse crederebbe di trovarsi di fronte a particolari palline decorative del periodo natalizio, ma quando si ha davanti agli occhi una Temari il contesto è completamente diverso. Le Temari sono una vera e propria forma d’arte popolare e di artigianato giapponese, nata in Cina e introdotta in Giappone intorno al VII secolo d.C.
Anticamente, venivano realizzate con i fili avanzati dalla realizzazione dei kimono, e lembi di tessuto di seta venivano arrotolati per formare una palla poi avvolta da altre strisce di tessuto. Con il tempo, le cuciture funzionali sono diventate sempre più decorative e dettagliate, fino ad elaborarsi in ricami intricati. Le temari divennero appannaggio dell’alta borghesia e dell’aristocrazia, e le donne nobili facevano a gara nel creare ricami sempre più particolari. Al tempo stesso, le madri le realizzavano come gioco per i propri figli ed erano un dono sempre apprezzato simboleggiante lealtà e unione. I fili brillanti di queste creazioni auguravano al destinatario del dono una vita altrettanto brillante e ricca di gioia e all’interno si usava nascondere un piccolo tocco tutto materno: un pezzetto di carta con un desiderio bene augurale per il figlio, ma al bambino non sarebbe mai stato detto quale desiderio la madre avesse espresso mentre creava la sua temari.
Impara anche tu come si realizzano questi oggetti unici al mondo assieme alla maestra Kiyoko Miyagoshi!

FUROSHIKI

Pachetti regalo in stoffa

Tra gli splendidi tessuti nipponici uno degli elementi più distintivi è la funzionalità che si accompagna all’estetica: esempio virtuoso in questo senso è il furoshiki, un involucro in tessuto vivacemente decorato utilizzato per trasportare bento, vestiti e regali. Già nel periodo Nara (710-794) e nel successivo periodo Heian (fino al 1185) si usava utilizzare la stoffa come modalità di incarto e trasporto (come testimoniato da descrizioni e opere dell’epoca), tuttavia il termine “furoshiki” e il suo utilizzo moderno sono un qualcosa nato durante il periodo Edo (1603-1868). In quegli anni, infatti, data la crescente diffusione di bagni pubblici in Giappone, si usava servirsi di questo tipo di tessuto per avvolgere in un pratico fagotto il proprio cambio di vestiti. I motivi delle trame dei furoshiki cominciarono quindi a diventare sempre più unici e vivaci affinchè non si corresse il rischio di scambiare con qualcun altro il proprio cambio di indumenti. Il loro stesso nome deriva in effetti da “furo”, ossia bagno, e “shiki”, invece verbo indicante l’atto di aprire. Verso la fine dell’epoca Edo, dato anche il crescente benessere economico, i furoshiki cominciarono ad essere impiegati largamente anche dai mercanti che trasportavano i propri beni e articoli. Nelle aree rurali del Giappone il furoshiki non ha perso il suo utilizzo di involto per trasportare il cambio ai bagni, ma nel resto del paese ha conosciuto un progressivo e significativo calo in seguito al secondo conflitto mondiale, quando i sacchetti di plastica si sono diffusi rapidamente tra la popolazione. Bisogna riconoscere che è proprio negli ultimissimi decenni che sembra il furoshiki stia riacquistando una certa popolarità, specialmente grazie al suo pregio di sostenibilità ambientale rispetto ad altri tipi di involucro. Nel mondo contemporaneo, il furoshiki ha assunto uno status particolare, in quanto quelli moderni sono realizzati in un’ampia gamma di tessuti (benchè si prediliga il cotone) e decorati con disegni tradizionali o in tecnica shibori (tessuto pressato). La misura, al tempo stesso, non si è mai effettivamente standardizzata e ne esistono diverse; la più diffusa è quella di 45 cm per lato. Si sta anche affermando ampiamente il furoshiki di design, realizzato da stilisti più o meno affermati. Scopri di più negli spettacoli e nei workshop della maestra Kiyoko Miyagoshi, dove avrai anche modo di acquistare il tuo personalissimo furoshiki!

TERU TERU BOZU

Palline di stoffa ricamata

Ad un occhio non esperto potrebbero sembrare fantasmini, ma questi oggetti tradizionali dell’artigianato giapponese sono in realtà antichi amuleti anti pioggia. Il loro nome deriva da “Bozu” (bonzo, quindi monaco buddhista) e dal verbo “Teru” (splendere, qui come esortazione: “splendi! Splendi!”). Cominciano ad affiorare in tutto il Giappone da maggio, esposti alle finestre o ai crocicchi delle strette vie nipponiche, per portare il bel tempo in occasione del raccolto e per arginare le piogge tipiche di giugno. Vengono realizzati a scuola o in casa spesso dai bambini, utilizzando materiali di scarto quali stoffa, nastri e carta. Questo oggetto unico del folklore del Sol Levante risale storicamente all’Epoca Edo (1603-1868), ed è persino protagonista di poesie e canzoni della tradizione: quella che forse è la più celebre risale al 1921, ad opera dello scrittore e poeta Rokurō Asahara, che recita: «Teru Teru Bozu, Teru Bozu, portami il sole domani Se il cielo sarà sereno come lo sogno ti regalerò un campanello dorato. Teru Teru Bozu, Teru Bozu, portami il sole domani Se ascolterai le mie preghiere ti donerò del sakè dolce Teru Teru Bozu, Teru Bozu, portami il sole domani Se sarà nuvoloso ti staccherò la testa» Regalati anche tu un tuffo in questa splendida tradizione assieme alla Maestra Kiyoko Miyagoshi!

KINTSUGI

Riparare come metafora della vita

Ormai quasi leggendaria in tutto il mondo, la tecnica di riparazione giapponese Kintsugi porta con sé elementi fondamentali di storia e cultura nipponiche. Il suo nome, appunto kintsugi o kintsukuroi, significa “riparare con l’oro”, e la tecnica consiste nel saldare assieme frammenti di un oggetto rotto utilizzando un misto di lacca, oro in polvere e resina urushi. Quest’ultimo elemento, di derivazione vegetale, è alla base di questa meravigliosa tecnica tradizionale da lungo tempo. Lo strato di lacca, molto sottile, viene successivamente ricoperto con polvere d’oro o, più raramente, polvere d’argento brunita in seguito con altri minerali. Lo scopo profondo di questa pratica, grazie al quale il kintsugi si è affermato a livello mondiale, non è quello di nascondere la cicatrice della rottura, ma anzi di enfatizzarla rendendo l’oggetto riparato più prezioso. L’aumento significativo di valore degli oggetti trattati in kintsugi è dato sia dall’utilizzo di materiali preziosi, già citati, ma anche e soprattutto dalla nuova e riscoperta unicità che l’oggetto assume in seguito al suo passaggio nelle mani esperte dell’artista artefice della riparazione. La filosofia centrale del kintsugi è proprio quella di trasformare le ferite in punti di forza, enfatizzandole e donando loro nuova estetica: l’oggetto riparato diventa, in questo modo, migliore del suo originale antecedente la rottura. Replicare il kintsugi tradizionale fuori dal Giappone risulta estremamente complesso, soprattutto in quanto è difficilissimo trovare vera resina urushi (peraltro tossica); tuttavia, grazie alle moderne tecnologie in grado di creare resine sintetiche, è accettata ormai universalmente la possibilità di eseguire riparazioni in stile kintsugi con materiali d’avanguardia (a onor del vero, persino più resistenti e longevi dell’originale lacca urushi). Praticare la nobile arte della riparazione richiede grande studio e competenza, oltre che un lungo periodo di tempo durante il quale, lentamente, i frammenti separati tornano ad essere un pezzo unico: il risultato è strabiliante: il manufatto si presenta striato d’oro, percorso da linee che lo rendono nuovo, diverso, bellissimo. Questa forma d’arte ci dimostra che da una ferita risanata, dalla lenta riparazione conseguente a una rottura, può rinascere una forma di bellezza e di perfezione superiore, lasciandoci così intendere che i segni impressi dalla vita sulla nostra pelle e nella nostra mente hanno un valore e un significato, e che è da essi, dalla loro accettazione, che prendono il via i processi di rigenerazione e di rinascita che ci rendono delle persone nuove. Avvicinati anche tu al meraviglioso mondo del kintsugi assieme all’artista Yoshiko Kubota.

GIARDINO ZEN

Relax e mediazione

Un luogo di pace, relax e meditazione. Le sue linee minimali e l’aspetto rigoroso creano uno spazio intimo dove rilassarsi e connettersi con lo spazio circostante, lasciando andare le tensioni e lo stress accumulato nel corso della giornata.

TORII

Oracolo giapponese

il tradizionale portale d’accesso giapponese che immette a un jinja o, più semplicemente, a un’area sacra. La sua struttura elementare è formata da due colonne di supporto verticali e un palo orizzontale sulla cima e frequentemente viene dipinto in colore vermiglio.

BONSAI

Gli alberi in miniatura

Viene praticata da più di mille anni. L’obiettivo finale della coltivazione di un Bonsai è creare una rappresentazione miniaturizzata ma realistica della natura nella forma di un albero. I Bonsai non sono piante geneticamente nane, infatti, tutte le specie di alberi possono essere utilizzate per la coltivazione.

KOKEDAMA

Oracolo giapponese

Piccole piantine inserite in una sfera di substrato rivestita di muschio: i kokedama si trovano facilmente nel vostro Centro di Giardinaggio di fiducia. Ma si possono anche realizzare da soli, perché la tecnica è facile.

ORCHIDEE

Tra petali e colori

Le bellissime e coloratissime orchidee, tante tipologie uniche nel loro genere.

OMIKUJI

Oracolo giapponese

In tutte le culture del mondo si è sempre avuto il desiderio di indagare le manifestazioni del futuro umano, e anche in Giappone non si è da meno. La tradizione nipponica propone in merito la “lotteria sacra”, nota come Omikuji. Questa pratica ci sa indicare tramite un piccolo messaggio divino se il nostro percorso sarà accompagnato da fortuna o malasorte, spesso riferendosi anche ad un ambito specifico quale salute, lavoro, denaro o amore. Principalmente è possibile trovare Omikuji nei luoghi sacri quali santuari shintoisti o templi buddhisti, dove vengono messi a disposizione previa consegna di una piccola offerta. La pesca della lotteria fa estrarre tanto benedizioni quanto maledizioni, ma la cosa positiva è che in questo “gioco” non si perde mai: al massimo si parte svantaggiati, ma con un’indicazione di come migliorare le nostre prospettive future. In base a ciò che si riceve, comunque, ci sono due comportamenti da adottare per far fruttare al meglio la predizione. In caso si riceva una benedizione, occorre tenere con sé il foglietto di carta affinché la fortuna resti con noi più a lungo. In caso contrario, ossia il ricevimento di una maledizione, bisognerebbe lasciare l’omikuji al santuario o al tempio per lasciare la sfortuna dietro di sè. Nei paraggi dei luoghi sacri sarà infatti sempre presente un albero o un contenitore dedicato al deposito del proprio omikuji sfortunato. Il biglietto recante la predizione viene ricevuto pescandone una alla cieca da una scatola che viene scossa, sperando che la divinazione sia buona. L’omikuji arrotolato cade fuori da un piccolo foro, e srotolare infine il pezzo di carta rivela la divinazione scritta su di essa: sei pronto a provarlo anche tu? Gli artigiani dell’area Giappone ti aspettano per la prova di Omikuji al Festival dell’oriente!

WARA ZAIKU

L’artigianato della paglia

Non è un segreto che la cultura nipponica sia profondamente legata al riso, che viene apprezzato e coltivato da millenni. Non solo i chicchi, però, sono le risorse fruibili della sua filiera produttiva. La paglia di riso, ad esempio, è protagonista di una lavorazione unica al mondo che permette di creare utensili e monili estremamente apprezzati dalle comunità nipponiche rurali. Ciò che nasce da questa produzione è noto con il nome di Warazaiku. Benché oggi sia una forma artigianale in via di estinzione, il Warazaiku è stato per secoli parte integrante della produzione artistica e sacra del Giappone: se, infatti, si guarda ad antiche opere d’arte del paese del Sol Levante, è garantito che si troverà qualcosa realizzato in paglia – materiale davvero onnipresente. Gli amuleti Warazaiku sono tessuti a mano, con preghiere di buon auspicio strettamente legate all’ambito bucolico. L’agricoltura del riso porta ad ottenere una quantità di paglia a dir poco ragguardevole, pertanto sarebbe stato strano non fruire di una risorsa così abbondante. A prendere vita grazie a questa lavorazione artigianale possono essere oggetti di uso domestico quali spugne, corde e borse o canestri, ma anche oggetti ancora più significativi per la cultura giapponese: vale la pena annoverare i sandali waraji, calzatura utilizzata abbondantemente fino al secolo scorso. Avvicinandosi invece più profondamente alla sfera sacra, i cordoni Shimenawa che si trovano in tutti i santuari shintoisti sono realizzati proprio a partire da questa lavorazione. Tra le forme più elaborate del warazaiku non si può infine non parlare del mino, il tradizionale mantello anti pioggia corredato di cappello che agricoltori e viandanti indossavano ogni giorno. Scopri anche tu la lavorazione della paglia nei suggestivi spettacoli dell’area Giappone al Festival dell’oriente.

MAKE UP

Trucco tradizionale

sembra incredibile che ancora oggi il mondo della geisha resista alla modernità, eppure tra le strade di Kyoto la tradizione viene portata avanti da artiste esperte che istruiscono le giovani apprendiste, dette maiko. Sono necessari anni e anni di studio per poter diventare una geisha, in un percorso complesso che richiede grandi sacrifici e porta ad assimilare una cultura secolare di riti, danze ed estetica nelle loro forme più alte. Il nome del loro mestiere significa “artista”, e quello che si richiede a queste professioniste è intrattenere i potenti con tutta la loro eleganza e competenza artistica, oltre che essere versate nelle arti del tè, della tavola e della conversazione. Storicamente, le prime geisha erano uomini che vivevano nelle corti dei daimyo, i signori feudali, e avevano il compito sia di intrattenere gli ospiti che essere consiglieri personali. Con il tempo furono totalmente soppiantati dalle donne, che erano considerate più graziose e più dotate nelle arti. Vivere una giornata da geisha è un sogno che accomuna moltissime donne appassionate di Giappone, ma anche solo vestirsi, truccarsi e acconciarsi come una di loro è una pratica che richiede quotidianamente ore. La loro intera esistenza è totalmente volta allo studio delle tradizioni culturali del loro paese, tutto in loro trasmette grazia e bellezza: ogni gesto è misurato e antico, appena accennato, sospeso nel tempo. La bellezza delle geisha rappresenta canoni lontanissimi da quelli occidentali: il corpo, gli abiti, i gesti, e il trucco sono veri e propri rituali che durano ore e in particolare il trucco, l’oshiroi, è estremamente complesso ed è grazie ad esso che la donna smette di essere “solo” umana e si trasforma in fautrice di arte e bellezza a sua volta. Prima di avviare la procedura, le geisha si prendono un momento per concentrarsi: da quel momento in poi non sarà lecito sbagliare perché questo comprometterebbe l’intera operazione. Solo alla fine indosseranno il kimono, differente nei colori e nelle decorazioni a seconda della stagione, del grado di preparazione e dell’etá. Al Festival dell’Oriente, grazie al talento delle maestre Ayumi Togo e Kaoru Kobayashi, potrai avvicinarti anche tu al sogno di vivere la straordinaria esperienza di sentirti una geisha.

UKIYO-E

Stampe tramite xilografia

Le stampe giapponesi sono storicamente il più significativo elemento di fascinazione sul mondo nipponico, come una sorta di finestra artistica che racconta un universo complesso e cristallizzato nelle stampe dei maestri del passato. Ukiyoe è il nome con cui si identificano le cosiddette “immagini del mondo fluttuante”, ovvero il vivace e caotico spaccato sulle grandi città di Edo (attuale Tokyo), Osaka e Kyoto nel XVII e XVIII secolo. Anticamente, gli ukiyoe erano realizzati con la tecnica della stampa serigrafica con blocchi di legno su stoffa o carta. Questo metodo produttivo permetteva di creare numerose versioni di una stessa illustrazione, rendendole un prodotto fruibile da più individui. In principio in effetti nacquero per illustrare libri e manuali, ma in seguito divennero un prodotto a sé stante, acquistabile peraltro ad un prezzo accessibile proprio grazie alla loro possibilità di essere prodotte in serie. L’ukiyoe è una forma di arte a tutti gli effetti “pop”, un genere di espressione artistica nata appositamente per fare parte della vita quotidiana della gente comune. Il periodo in cui l’ukiyoe nasce e si sviluppa è già di per sé particolare, soprattutto perché caratterizzato da oltre due secoli di relativa pace che permisero lo sviluppo di grandi centri urbani e il prosperare della classe mercantile. Inoltre, se fino ad allora la cultura era rimasta appannaggio dell’élite aristocratica, in questo periodo anche le classi meno agiate potevano finalmente avere accesso ai passatempi più culturalmente elevati. L’epoca Edo fu un periodo di teatro, intrattenimento, diffusione della stampa e alfabetizzazione: è anche in questo contesto che, ad esempio, le opere dei calligrafi iniziano a conoscere una diffusione maggiore, spesso proprio associate alle stampe dell’ukiyoe. Conoscere e apprezzare questo genere di prodotti artistici è parte dell’amore per la cultura giapponese, e sono moltissimi gli artigiani che al Festival dell’Oriente propongono la vendita – con annessa spiegazione e documentazione – di queste forme d’arte e cultura uniche al mondo. Grazie a loro, potrai portare a casa un pezzo inimitabile di cultura e arte estremamente rappresentative del Sol Levante.

RISTORANTE GIAPPONESE

Piatti tipici nipponici

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RAMEN

Gli spaghetti in brodo

Il ramen è uno dei piatti più iconici della cucina giapponese, un piatto caldo dove i noodles e la zuppa sono i protagonisti, accompagnati da una varietà di ingredienti infinità. Il ramen con il tempo è diventato sempre più popolare anche fuori dal giappone. Infatti è il comfort food perfetto, caldo e ricco di sapori, con i noodles che si amalgano alla perfezione insieme al brodo e a tutti gli altri ingredienti.

SUSHI

Il piatto giapponese per eccellenza

In realtà sushi significa letteralmente “aspro” e si riferisce a una vasta gamma di cibi preparati con riso anche se al di fuori del Giappone viene spesso inteso come pesce crudo o come riferimento a un ristretto genere di cibi giapponesi, come il maki o anche il nigiri e il sashimi. Sono molti i tipi di sushi tra cui si può scegliere: Uramaki, Nigiri, HosoMaki e altri ancora.

RICETTE DEGLI ANIME

Dalle serie animate alla cucina

Gli appassionati di manga e anime di tutto il mondo hanno sicuramente in comune una cosa: il languorino che li assale guardando i cibi rappresentati in questo tipo di opere di intrattenimento giapponese. Il motivo per cui il cosiddetto “anime food” risulta così invitante è da ricercarsi in tutta una serie di fattori, primo fra tutti il talento certosino di animatori e illustratori, che si documentano a fondo per proporre su carta pietanze appartenenti alla tradizione e che possano risaltare al massimo con la loro grande tecnica artistica. I piatti proposti negli anime e nei manga, inoltre, non sono mai posizionati casualmente, ma sempre in momenti speciali e rilevanti che evidenziano anche il significato più profondo della cultura del cibo in Giappone: mangiare, nella tradizione nipponica, non è soltanto un ristoro del corpo ma soprattutto dell’anima, ed è per questo che rappresentare minuziosamente un cibo ci porta a capire come in quel momento l’atto stesso di nutrirsi stia contribuendo ad una situazione speciale per il personaggio. Davanti al cibo negli anime nascono nuove amicizie, i personaggi cambiano per sempre, scoprono i grandi valori della vita ed escono in qualche modo come persone nuove. La cosa gastronomicamente più interessante, inoltre, è che il cibo degli anime ci fornisce molte informazioni anche sul contesto storico e culturale in cui si ambientano le vicende: possiamo individuare pietanze e ingredienti locali che ci aiutano a definire l’ambientazione dell’opera, e per la stessa ragione anche quello cronologico con la rappresentazione di pietanze tipiche di un determinato periodo storico. Inoltre, l’anime food esprime al meglio la massima “dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”, in quanto grazie alle pietanze che vediamo consumare dai personaggi possiamo inquadrare molto del loro carattere: Naruto, Goku e Luffy ingeriscono quantità di cibo incredibili con una fame che caratterizza non solo il bisogno di ristorarsi dopo le loro imprese eroiche, ma anche e soprattutto come metafora del loro bisogno di riconoscimento e, in primo luogo, di amore. Alla luce di tutte queste considerazioni, sarà più facile capire come mai il cibo animato sia così toccante per noi spettatori, e per non perdersi l’emozione di vederlo prendere vita dal vivo partecipa anche tu agli show cooking del food influencer @pranzoakonoha al Festival dell’Oriente e visita l’esposizione digitale dedicata ai piatti degli anime nella sua piccola “izakaya” nel villaggio giapponese.

BENTO

IL PORTA PRANZO DECORATO

Ogni giorno, di prima mattina, nelle cucine del Giappone si scatenano mille profumi: è ora di preparare il bentō , parallelo nipponico della nostrana schiscetta. Il bentō racchiude l’amore di una madre per i propri figli che mangiano a scuola, quello per il partner che lavora fuori casa e perchè no, anche l’amore per sé stessi quando ci si vuole concedere un buon pranzo ma non si ha tempo di prepararlo al momento. Lo spirito del bentō, insomma, è quello di regalare un po’ di felicità attraverso il cibo tra i mille impegni della vita quotidiana, un pasto versatile che nasce anticamente per poter rispondere a qualsiasi necessità. Per come nei secoli si è configurata la vita tipica dei Giapponesi, infatti, il pranzo da asporto è sempre stato un’esigenza, e già nel Periodo Heian (794-1185) si usava portare con sè riso cotto o tojiki, gli antenati degli odierni onigiri. Le pietanze venivano avvolte in foglie essiccate in modo da ripararle da umidità e agenti esterni, ed essendo frequente che si dovessero compiere lunghi viaggi, oltre al nutrimento si voleva portare con sé anche un po’ del calore di casa. La scatola stessa che si sceglieva per portare il cibo era sintomo ad esempio del proprio status sociale, e già nel XVI secolo cominciarono a diventare di moda elaborate bentō box in legno laccato, per consumare il pasto all’aperto senza rinunciare all’eleganza della tavola.
Oggi, possibilmente, ci si sposta ancora di più: i viaggi di lavoro sono sempre più frequenti anche con mezzi moderni quali treno o aereo, e anche chi trascorre infiniti turni in ufficio o le ore sui banchi di scuola ha il sacrosanto piacere di gustare un pranzo felice. Il bentō ha assunto un’importanza tale da poter accogliere tutte queste richieste, e in epoca moderna si sono sviluppati oltre ai bentō della propria cucina anche quelli distribuiti commercialmente. In Epoca Meiji (1868-1912) ad esempio, con il grande sviluppo ferroviario del Giappone, sono nati i cosiddetti ekiben, ossia bentō da consumare durante i viaggi in treno e dove sono persino servite le specialità locali della stazione di riferimento, cucinate in modo adatto ad essere gustate anche diverse ore dopo la preparazione. Più di recente, per motivi analoghi, hanno fatto la loro comparsa anche i soraben, invece protagonisti gastronomici di qualità dei viaggi in aereo.
Al Festival dell’Oriente, assieme al food influencer @pranzoakonoha , impara a preparare il tuo primo bentō con dimostrazioni e lezioni di cucina!

ONIGIRI

I celebri triangoli di riso

“le polpette di riso furono portate in giardino per la servitù”
Questa frase, che di per sé potrebbe non sembrarci nulla di incredibile, ci parla in realtà da oltre mille anni fa ed è la prima testimonianza scritta dell’esistenza degli onigiri, le iconiche polpette di riso simbolo indiscusso della cucina giapponese. L’estratto arriva da un documento di grande rilevanza storica, il diario di Murasaki Shikibu (973-1014/1025), dama di compagnia dell’Imperatrice Shoushi e autrice del primo romanzo della storia, il “Genji Monogatari”. Quando Murasaki realizzava i suoi capolavori letterari in epoca Heian, gli onigiri erano già una realtà gastronomica consolidata, ma il loro nome era “tojiki” e venivano consumati tradizionalmente in pasti all’aperto o lontano da casa. Dobbiamo immaginare gli onigiri di epoca Heian piuttosto diversi dal loro aspetto odierno: si presentavano infatti come rettangoli o quadrettoni di riso serviti su un piatto. La loro origine è invece da tracciarsi probabilmente all’epoca Nara (710-794), quando il riso veniva ridotto in forma di polpetta sferica per essere consumato in rapidità e facilità. Per secoli sono stati anche il pasto prediletto dei samurai, che avvolgevano polpette di riso leggermente salate all’esterno in grandi foglie di bambù essiccate, per poterle trasportare e consumare al momento opportuno. Il rivestimento in alga nori, che oggi contraddistingue questa pietanza, risale invece al XVII secolo, periodo in cui la forma assunse anche l’aspetto dell’odierno triangolo detto “sankaku” (benchè siano molte le forme possibili da realizzare). Imparare a cucinare e mangiare un onigiri è entrare in contatto intimo con la storia del Giappone, poiché sono la pietanza che forse più di ogni altra è stata una costante alimentare per il popolo nipponico. Oggi gli onigiri sono il tipico spuntino per tutte le occasioni, realizzati con una tecnica particolare che si impara fin da bambini insieme ai propri genitori o ai propri nonni e che permette di creare un perfetto triangolo di riso morbido, arioso e salato uniformemente. C’è poi il grande dilemma del ripieno, che a differenza di quanto potrebbe credersi si presta ad un’infinita gamma di variabili, dettate anche da quanto c’è a disposizione in casa: l’unica regola è non farcire le polpette di riso con liquidi o crudi, in quanto i primi disferebbero la forma della polpetta e i secondi sarebbero appannaggio del sushi (categoria alla quale l’onigiri NON appartiene). Per apprendere la preparazione tradizionale degli onigiri e scoprire tutti i loro segreti, partecipa al cooking show e al corso appositi tenuti dal food influencer @pranzoakonoha al villaggio giapponese del Festival dell’Oriente!

GYOZA

I ravioli giapponesi

I ravioli sono sicuramente tra i grandi protagonisti gastronomici dell’Estremo Oriente, con alle spalle una storia letteralmente millenaria: si ritiene siano nati all’alba della civiltà, con presumibili resti fossili che risalirebbero persino ai popoli Mesopotamici. In Cina, invece, pare fossero già consumati più o meno abitualmente già oltre tremila anni fa. Con il passare dei secoli la loro declinazione cinese, il “jiaozi” tipico di Capodanno, sarebbe poi arrivata in Giappone nei primi anni dell’Ottocento, pur non essendo estremamente tipica fino alla prima metà del secolo scorso. In seguito alla Seconda Guerra Mondiale, quando molti soldati giapponesi di ritorno nel Paese del Sol Levante incentivarono il consumo e la riscoperta dei ravioli consumati in Cina, molti ristoranti nipponici incominciarono a servire ampiamente la pietanza e a rielaborarla in qualcosa di tipicamente giapponese. La differenza principale tra il gyoza e il jiaozi sta sia nel tipo di pasta (quella giapponese è più sottile e lucida) e nella cottura: se in Cina sono generalmente cotti a vapore, infatti, in Giappone si opta per una peculiare cottura in due fasi che risulta in una pasta morbida e umida ma dalla base arrostita e croccante. In Giappone, i gyoza sono quasi esclusivamente serviti da soli o con un intingolo che ne preserva il sapore più genuino e delicato – a differenza dei ravioli cinesi che invece sono un tripudio di fantasia e sapori. Al giorno d’oggi è facile trovare gyoza di moltissimi tipi, benchè i più “giapponesi” possano essere considerati quelli di verdure e maiale serviti spesso nelle locande dette izakaya insieme ad abbondanti quantità di birra e sakè. Ciò che accomuna la realizzazione dei ravioli in tutta l’Asia, comunque, è il piccolo rituale che si va a creare cucinandoli insieme alla famiglia o agli affetti, creando un meraviglioso momento di comunione gastronomica. Dalla preparazione del ripieno e le sue possibilità, alle tecniche di chiusura eleganti e tradizionali fino ad arrivare all’intingolo tipico di accompagnamento, scopri anche tu la magia del preparare i ravioli insieme al corso del food influencer @pranzoakonoha al Festival dell’Oriente.

WAGASHI

Preparazione dolci tradizionali

Quando ci si trova di fronte ai wagashi, i tradizionali dolci da té giapponesi, si rimane incantati dalla prospettiva di poter mangiare quelli che sembrano veri e propri gioielli commestibili. La componente principale di gran parte dei wagashi è la pasta di fagioli azuki, chiamata anko. Questo composto è usato sia come copertura che come farcitura. Una particolare versione è l’anko bianco, che si ottiene con i fagioli bianchi e che può essere colorata con tinture naturali.
Nella cucina giapponese, anticamente, non era previsto il consumo di dolci salvo frutta fresca o secca. Nel periodo Nara (710 – 794) alcuni contatti commerciali con la Cina portarono nel paese del Sol Levante tradizioni e usanze di origine cinese, e sembra che proprio in questo periodo sia comparso in Giappone il dolce antenato del Mochi: è da qui che avrebbe inizio la storia dei Wagashi. Poiché lo zucchero era un bene di lusso, costoso e difficile da trovare, questi dolci di accompagnamento al té rimasero per secoli appannaggio delle classi sociali più agiate, e fu solo in epoca Edo (1603-1868) che i wagashi divennero più accessibili, prendendo anche forme sempre più artistiche e suggestive. Tra i più famosi wagashi, distinte le forme floreali in pasta di fagioli, non si può non annoverare lo yokan, gelatina e di anko, zucchero e kanten (gelificante ottenuto dalla lavorazione di particolari alghe). Assisti alla preparazione dei wagashi e preparati a gustarli assieme ai maestri Jun e Kaoru Kobayashi.

AMEZAIKU

Sculture di caramelle artigianali

Se avete mai avuto modo di visitare i vicoli di Kyoto vi sarete certamente imbattuti in piccole sculture dalle sembianze animali che poi avrete scoperto essere caramelle: gli Amezaiku. Questa pratica è nata come arte di strada diffusasi ampiamente durante il periodo Heian (794-1185), in cui pare che queste caramelle-sculture fossero create e offerte nei santuari di Kyoto. Il periodo Edo (1603-1868) vide esplodere la popolarità dell’amezaiku, che divenne una delle realtà artistiche più richieste dalla popolazione. Dagli anni ‘70, tuttavia, la raffinata arte delle caramelle sta cadendo nella penombra, soprattutto perché la spettacolarità della tecnologia sta mettendo all’angolo questa pratica fatta di minuzia, abilità e amore per le piccole sorprese. Le classiche forbici choki choki, pinze e pennellini sono gli strumenti con i quali i maestri lavorano una speciale pasta di zucchero per trasformarla in sculture. Il fattore più significativo è il tempo, e chi crea Amezaiku ne ha pochissimo: raffreddandosi lo zucchero diventa sempre più complesso da lavorare, rischiando poi di andare letteralmente in frantumi. Gli artigiani portano a termine delle piccole meraviglie – spesso in forma di animali – partendo da una pasta trasparente o bianca, poi colorata con coloranti commestibili. Tentacoli, zampette, squame, e molti altri particolari sono perfetti. Oggi si stima che gli artigiani che pratichino l’amezaiku siano poche centinaia in tutto il Giappone, ma la notizia incoraggiante è che anche grazie ai social le nuove generazioni stanno riscoprendo questa pratica e si stanno impegnando a riportarla in auge: direttamente dal Giappone, scopri al Festival dell’Oriente la magia degli Amezaiku con il maestro Yoshiwara e i suoi assistenti!

SAKE

La tipica bevanda alcolica

Partendo dallo sfatare un luogo comune, il sakè non indica una sola tipologia di bevanda: in giapponese, infatti, la parola “sake” si riferisce più generalmente a tutte le bevande alcoliche. Quello che noi chiamiamo “sakè” è invece più correttamente chiamato nihonshu, indicando il tradizionale fermentato ricavato dal riso.
Analogamente al nostro vino, il nihonshu è una bevanda che accompagna tutto il pasto a varie temperature (ne sono catalogate circa nove ideali di servizio). Sono ben pochi, a differenza del pensiero comune, i nhonshu che si prestano a essere consumati caldi, in quanto spesso l’atto stesso dello scaldare rovina le preziose caratteristiche della bevanda.
La materia prima da cui viene ricavato è una tipologia di riso ovviamente diversa dal riso da tavola e caratterizzato da un chicco più rigido all’esterno con un nucleo morbido. La fase cruciale della sua lavorazione è volta a pulire, levigare e sbiancare il chicco grezzo: maggiore è l’invasività di questa procedura, maggiore sara la delicatezza del risultato finale. I nihonshu più integrali sono strutturati, corposi, umami e adatti a pietanze più rustiche, viceversa quelli più lavorati si percepiscono come più eleganti, floreali e garbati.
Per quanto concerne gli abbinamenti alimentari, a differenza del vino, non si ricerca il contrasto, ma l’analogia, e la stessa temperatura di servizio dovrebbe seguire quella delle pietanze proposte in tavola: ad esempio a un sashimi, tipicamente freddo, si sposerà un nihonshu servito a temperatura bassa, mentre ad un ramen se ne accompagnerà uno quanto meno a temperatura ambiente. Scopri di più su questo mondo incredibile in un corso con degustazione tenuto dalla sakè sommelier Megumi Una.

SAMPURU

Le riproduzioni finte dei piatti giapponesi

Riproduzioni perfette di piatti cucinati, esposte principalmente nelle vetrine dei ristoranti giapponesi. col tempo sono divenuti una produzione artigianale oggetto di collezionismo.[1] Molto realistici, questi modelli sono nati dall’esigenza di creare appetito attraverso uno stimolo visivo, nonché di rendere i menù più comprensibili in particolare ai turisti.

SHIATSU

Tecniche di massaggio

Benchè lo shiatsu sia nato in Giappone solo nei primi anni del secolo scorso, ha conosciuto rapidamente un grande successo mondiale: questa tecnica energetica ha infatti lo scopo di preservare e migliorare la propria condizione di salute. Al principio di questa pratica si assume la presenza di un flusso energetico vitale detto Ki, che scorre nel corpo umano circolando attraverso canali detti meridiani. Il compito dell’operatore shiatsu è quello di applicare pressioni lungo questi meridiani in diverse aree del corpo al fine di ripristinarne il funzionamento e riequilibrare in questo modo il flusso di energia vitale in essi. Lo strumento impiegato per questa procedura non sono altro che le mani dell’operatore stesso, mezzo semplice e fondamentale tramite cui l’operatore attiva in chi riceve il trattamento un meccanismo di riequilibrio energetico. La tecnica shiatsu si basa sul toccare con intensità e qualità corrette determinate parti del corpo, innestando nel ricevente uno stimolo energetico che migliora il benessere e ristabilisce l’armonia laddove fosse compromessa. Il termine shiatsu è l’unione di “shi”, dita e “atsu”, pressione, ma il suo significato implica molto di più: un trattamento di shiatsu è prendersi cura di qualcuno, o di noi stessi, attraverso il tocco per riscoprire il proprio benessere. I benefici della pratica si riflettono sulla postura, sulla corretta respirazione, la qualità del sonno e il miglioramento generale del proprio stato psico fisico: in sintesi, lo shiatsu ha effetti positivi su tutto il nostro modo di vivere, in quanto valorizza le risorse vitali di entrambe le persone coinvolte (chi propone il trattamento e chi lo riceve). Lo shiatsu, inoltre, non si pone come terapia alternativa né come medicina non convenzionale, ma è una disciplina che educa alla sensibilità e alla corretta percezione di sé stessi e del mondo. Non ha controindicazioni, è affiancabile a qualsiasi altro trattamento di carattere terapeutico e può essere praticato o ricevuto da persone di qualsiasi età e condizione. Non precluderti l’esperienza unica di un trattamento al Festival dell’Oriente insieme al maestro Makoto Kobayashi.

WAKA

Le poesie tradizionali

Con protagonisti i sempreverdi temi della natura e dell’amore, la poesia Waka (letteralmente “poesia giapponese”) è uno schema poetico estremamente rappresentativo della cultura nipponica. Caratterizzato dalla presenza di 31 sillabe divise in schema 5-7-5-7-7, comparve in Giappone verso la fine del VII secolo, sviluppandosi in un primo momento nei circoli legati all’aristocrazia di corte. In epoca Heian (794-1185) questo tipo di poesia risultava già non solo estremamente affermata, ma anzi dominante sulla “chouka” (poesia lunga). Nacque certamente su influsso della sensibilità poetica tipica cinese, come si riscontra anche nei già accennati temi topici della natura e dell’amore. La particolarità unica di questo tipo di poesia, oltre alla struttura precedentemente definita, è però l’allontanamento da concezioni giapponesi precedenti, che vedevano la natura come manifestazione divina relativamente distante dall’umano: perdendosi nella bellezza della poesia waka, non sarà difficile cogliere come in essa la natura sia in stretta relazione con l’umano, ed è dalla contemplazione naturale che scaturiscono emozioni talmente forti e meravigliose da poter essere espresse solo attraverso l’arte poetica. Sempre relativamente alla natura, con lo sviluppo della poesia waka come prodotto artistico giapponese ci si allontanò nel tempo anche dagli elementi floreali estranei – o comunque poco tipici – ad una realtà integralmente nipponica: al susino tanto caro alla cultura cinese si sostituì per esempio il fiore di ciliegio, pianta ornamentale giapponese per eccellenza. Con i secoli, la poesia waka ha dimostrato una notevole capacità di mutare restando al tempo stesso fedele alla sua struttura originaria, maturando complessità stilistiche, linguistiche (si veda l’introduzione dei caratteri “kana” giapponesi) e soprattutto emotive: è infatti questo genere poetico a farsi contenitore e mezzo della versione nipponica dell’amor cortese. Durante il periodo di corte Heian comporre waka era un aspetto fondamentale per le relazioni sociali, in particolare per le questioni amorose: i due amati si scambiavano struggenti poemi per dichiararsi, conoscersi meglio e dirsi quanto si mancavano. Essendo inoltre rare le occasioni di incontro diretto, sia gli uomini che le donne venivano giudicati per il loro carattere e intelligenza proprio dall’abilità nel comporre versi. Emozionati anche tu con la meraviglia dell’antica poesia giapponese al Festival dell’Oriente, grazie alla selezione di poesie waka proposta dall’artista Yoshiko Kubota.

SHOGUN

La storia del Giappone

La storia del Giappone è costellata di avvenimenti di grande importanza, che hanno contribuito a rendere il paese del Sol Levante una notevole fonte di interesse per il resto del mondo. Tra le figure più interessanti vanno certamente annoverati gli shōgun, che detennero il ruolo di comando militare al grado più alto e per secoli dominarono aree più o meno vaste del Giappone. Con questa carica si sono alternati nel corso degli anni dittatori politici e militari, dal 1192 – inizio del cosiddetto periodo Kamakura – al 1868 con la fine del periodo Edo. Il termine stesso nella sua forma integrale si traduce in “grande generale dell’esercito che sottomette i barbari”, implicando poteri analoghi a quelli di un capo di governo (si pensi, ad esempio, ai cancellieri della monarchie europee). Quella che si andava a creare era quindi una sorta di diarchia costituita da un lato dall’Imperatore e dall’altro dallo shōgun da lui nominato, benchè la nomina fosse un atto meramente formale. Gli shōgun furono i sovrani de facto, che governarono il paese in luogo dell’imperatore, sovrano de iure, che viveva nel suo palazzo di Kyōto e che, come discendente degli dei, si occupava solo di religione. La loro figura è sempre stata considerata estremamente controversa, e si è spesso ripetuto che furono usurpatori del potere imperiale, ma questa considerazione risulta faziosa, poiché essi venivano regolarmente investiti dall’imperatore, e d’altra parte la loro legittimità fu sanzionata da oltre sette secoli di possesso di tale carica. L’impatto che gli shōgun ebbero sul Giappone fu immenso: l’economia si trasferì dai grandi centri alle province, fino a che persino la capitale non perse completamente il controllo dei militari. La fine dello shogunato fu segnata dalla guerra Boshin (1868-1869), che vide vittoriose sull’armata dello shogun le truppe dell’imperatore Meiji e dei suoi alleati. L’ultimo shogun del Giappone fu costretto nel 1868, dopo una serie di pesanti sconfitte, a dimettersi e lasciare il pieno controllo nelle mani dell’imperatore stesso. Le ultime sacche di resistenza dello shogunato furono sconfitte nell’anno successivo, mettendo la parola fine alla secolare dittatura militare. L’imperatore Meiji diede il via con la sua politica ad un periodo storico chiamato Restaurazione Meiji, nel quale si dedicò a smantellare tutti i residui della gestione politica degli shogunati giapponesi. Per scoprire di più sulla figura degli shōgun non perdere l’esposizione apposita al Festival dell’Oriente, curata da Shohei Tsuruno.

Gadget giapponesi

Il mercatino nipponico

Già a partire dall’epoca Edo (1603-1868) nelle città giapponesi fiorivano mercatini e piccole attività familiari legate all’artigianato: dobbiamo immaginarci che tra quelle piccole vie saremmo stati rapiti da una miriade di oggetti diversi e svariate possibilità di acquisto, tutto all’insegna della tradizione e del fatto a mano. Anche al Festival dell’Oriente abbiamo voluto creare un pizzico di quella antica magia, coinvolgendo artigiani che abbiamo fatto arrivare direttamente dal Giappone con le loro creazioni uniche. Nell’area del festival dedicata al Giappone tradizionale potrai immergerti nei suggestivi mercatini dedicati alla vendita di manufatti tradizionali nipponici: oltre a cartoline e stampe ukiyoe, troverai per te piccole statue (tra cui una speciale collezione di miniature di Yokai, i mostri del folklore giapponese) legate al mondo delle leggende e dello shintoismo, o ancora piccoli ciondoli raffiguranti le Shichifukujin (sette divinità della fortuna). Non mancheranno amuleti e portafortuna con i motivi tipici giapponesi quali le bambole Daruma o i Maneki Neko (gatti della fortuna), ed è ulteriore motivo di interesse la selezione di tessuti tradizionali: furoshiki, borsine e drappi d’arredamento sono solo alcune delle nostre proposte Made in Japan. Gadget, portachiavi e piccoli memorabilia contribuiranno infine a farti portare a casa un ricordo unico del Giappone e del Festival. Sei pronto allo shopping più orientale che ci sia?.

K-POP

La musica moderna

Il nome è l’unione tra le parole Korea (South Korea, cioè Corea del Sud, il paese asiatico) e pop, il genere musicale pop. In altre parole, il K-pop è la musica moderna cantata e suonata dai gruppi di cantanti coreani. In realtà il K-pop riunisce diversi generi musicali, il oop, l’hip-hop, l’elettronica e anche il rock, insomma tutto ciò che è musica moderna prodotta Corea del Sud.

BUCHAECHUM

La danza tradizionale

La danza tradizionale coreana , solitamente eseguita da donne. È ballato per molte feste. I ventagli utilizzati sono dipinti con peonie rosa in fiore. I ballerini li usano per raffigurare uccelli, fiori, farfalle e onde. Indossano gli hanbok, l’abito tradizionale coreano, dai colori brillanti. Proposta da un gruppo di talentuose danzatrici Coreane ed articolata in varie coreografie, che contribuiranno a rappresentare l’eleganza e la solennità tipica di questi balli. Danze che simboleggiano i fiori, la femminilità, la bellezza, eseguite con i meravigliosi abiti tradizionali e con il supporto di elementi coreografici quali i ventagli o il tamburello Sogo.

SQUID GAMES

I giochi della famosa serie tv

Le riproduzioni dei giochi della celebre serie di Netflix. La storia narra di 456 persone che rischiano la vita in un mortale gioco di sopravvivenza, che ha in palio 45,6 miliardi di won, pari a circa 33 milioni di euro.

VESTIZIONE HANBOK

Il vestito tradizionale

Studiato per facilitare i movimenti e contenente numerosi motivi riconducibili allo sciamanesimo, consiste di jeogori (parte superiore), baji (pantaloni), chima (gonna) e po (soprabito). Gli hanbok indossati nell’era moderna sono modellati su quelli dei nobili e della famiglia reale della dinastia Joseon: alla gente comune, infatti, non era permesso indossarli se non in occasioni speciali, e ricorreva invece ad abiti meno sgargianti chiamati minbok nei toni del bianco e del bianco sporco.

HANGUL

Impara la scrittura coreana

A differenza di altre lingue asiatiche più famose come cinese e giapponese, la scrittura coreana non è caratterizzata dall’utilizzo di ideogrammi, cioè simboli grafici che invece di rappresentare un valore fonologico rappresentano un’idea, ma utilizza, come noi, un alfabeto fonetico, in cui a ogni simbolo corrisponde un suono.

PASTICCERIA COREANA

I dolci tipici tradizionali

Studiato per facilitare i movimenti e contenente numerosi motivi riconducibili allo sciamanesimo, consiste di jeogori (parte superiore), baji (pantaloni), chima (gonna) e po (soprabito). Gli hanbok indossati nell’era moderna sono modellati su quelli dei nobili e della famiglia reale della dinastia Joseon: alla gente comune, infatti, non era permesso indossarli se non in occasioni speciali, e ricorreva invece ad abiti meno sgargianti chiamati minbok nei toni del bianco e del bianco sporco.

RISTORANTE COREANO

Assaggia i piatti della Corea del Sud

Un ristorante dedicato alla cultura culinaria della Corea, dal Tteokbokki, gli gnocchi di riso glutinoso saltati in padella e conditi con una salsa piccante di gochujang (a base di peperoncino) al Kimchi, le verdure piccanti fermentate.

SHOW COOKING

Le preparazioni dei piatti

Un area dedicata alle ricette e alla cucina dal vivo della Corea del Sud, chef professionali che eseguiranno sotto i vostri occhi tutti i passaggi per preparare le portate tipiche.

CERIMONIA DEL TÈ

L’arte degli infusi

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DOLCI TRADIZIONALI

Preparazione dolci tradizionali

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AMEZAIKU

Sculture di caramelle artigianali

KOMA

Trottole in legno artigianali

MOCHI-TSUKI

Preparazione dolci tradizionali

WARA ZAIKU

Artigianato di paglia

OMIKUJI

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